ECCOCI FINALMENTE QUI!
(Presentazione di Alfredo Castelli - Segue)
Non sono e non sono mai stato un collezionista di fumetti o di altri oggetti, nel senso che non mi interessa possedere una serie completa di questa o quella testata, o la rarissima variante di un certo numero di una certa pubblicazione. Sono però un raccoglitore di tutto ciò che mi interessa, mi stimola e mi incuriosisce, e poiché le cose che mi interessano, mi stimolano e mi incuriosiscono sono purtroppo molte, casa mia somiglia sempre più a un magazzino che a un'abitazione. Tra le pubblicazioni a fumetti che maggiormente mi affascinano - non solo per i contenuti, ma anche per il formato, i colori attenuati dal fondo giallognolo della carta, che costituisce quasi un "quinto colore", il tipico odore della stampa - ci sono i supplementi allegati alle edizioni domenicali dei quotidiani americani: i primi me li regalò Carlo Chendi, il grande sceneggiatore disneyano, nel lontano 1966. Da allora, quando se n'è presentata l'occasione, me ne sono procurati altri, che si sono accumulati disordinatamente in una pila dalle proporzioni sempre più inquietanti per ben trent'anni. Nel 1996, infatti, progettai e scrissi un albo speciale della serie Martin Mystère (la mia "vera" professione è quella di autore di fumetti, il che spiega in parte il mio interesse nei confronti delle origini del mezzo che mi dà da vivere) intitolato Il mistero delle Nuvole Parlanti e dedicato al centesimo compleanno (anno più, anno meno) di Yellow Kid. Il racconto era completato da un servizio dal titolo I cent'anni di Martin Mystère, in cui immaginavo come sarebbe stato il mio personaggio se fosse nato alla fine del 19° secolo, negli anni '10, negli anni '20 e via dicendo. Le tavole dovevano essere impaginate in giornali immaginari, ma con le caratteristiche grafiche di quelli dell'epoca. Per disegnarne correttamente le testate andai a scartabellare nella famosa pila, che fui costretto a riordinare. Scoprii di aver messo insieme un discreto numero di supplementi pubblicati intorno al 1900 e rimasi colpito - come, del resto, quando li avevo acquistati - dalla grande varietà delle loro proposte. C'erano tavole grandi e ricche, che dovevano essere costate molta fatica eppure sembravano disegnate con la disinvoltura di chi si sta davvero divertendo; c'era una sorprendente varietà di stili; c'era un utilizzo tecnico del colore che ritenevo impensabile per quei tempi; soprattutto si percepiva un grande entusiasmo da parte dei loro creatori.
Mi resi subito conto che quell'antico materiale non aveva affascinato soltanto me, ma era stato attentamente tenuto d'occhio da una fitta schiera di autori. Gli splendidi disegni di Winsor McCay avevano ispirato l'americano Maurice Sendak e l'italiano Vittorio Giardino; le atmosfere di Krazy Kat di George Herriman e del Thimble Theatre di E. C. Segar erano all'origine delle prime opere di Massimo Mattioli; il tratto dei fumetti underground degli anni '70 - primi tra tutti quelli di Robert Crumb e di Bobby London - risentiva dell'influenza dei disegnatori dell'inizio del secolo; ancor oggi la grafica dei vecchi supplementi continua a ispirare cartoonist del calibro di Art Spiegelman e di Chris Ware. Dal punto di vista delle tematiche, The Flintstones di Hanna e Barbera altro non sono che una moderna trasposizione di serie come Our Antedeluvian Ancestors o Adam's Troubles Rising Cain, e i Puffi sono i diretti discendenti dei Brownies di Palmer Cox. La rivista Mad ha attinto a piene mani dalle serie "kibitzer" - ovvero di osservazioni umoristiche della vita di tutti i giorni - di Mc Cutcheon, Briggs, Webster e dei loro epigoni, e dall'umorismo stralunato di Rube Goldberg.
La maggior parte dei personaggi e degli autori dei giornali che avevo accumulato mi era completamente sconosciuta. Purtroppo nessun'opera specializzata si occupava specificamente di quel periodo: le serie descritte nei saggi sulla storia del fumetto erano più o meno sempre le stesse - le più importanti, quelle di Frederick Burr Opper, di Winsor McCay, di George Herriman - ; per di più (me ne sono reso conto procedendo con la ricerca) la maggior parte dei testi conteneva errori e imprecisioni, tramandatesi da autore ad autore. Cito come esempio la "leggenda" più antica, nata addirittura alla fine del 19° secolo e ripresa senza eccezione da tutti i testi successivi, secondo la quale i famosi Katzenjammer Kids - da noi "Bibì e Bibò" - erano stati copiati pari pari da Max und Moritz, due monelli nati nel 1865 in un libro del tedesco Wilhelm Bush. Evidentemente nell'arco di un secolo nessuno si è mai preso la briga di controllare, perché, se l'avesse fatto, si sarebbe reso conto che fisicamente i personaggi sono le copie carbone di altri due ragazzini creati da quell'autore, i meno noti Peter und Paul.
Così decisi che, se proprio volevo saperne di più, il testo avrei dovuto scriverlo io, partendo dall'esame dei materiali originali - i vecchi quotidiani. La vicenda ebbe inizio. Come prima mossa mi misi in contatto con Richard Marschall - uno dei più importanti conoscitori dell'argomento - che non solo incoraggiò il progetto, ma mi fornì generosamente la documentazione di base e una serie di informazioni preziose, tramite le quali fui in grado di mettermi in contatto con altri esperti. Tra questi Allan Holtz, che stava lavorando a un monumentale elenco di serie a fumetti nel quale erano compresi personaggi del periodo che mi interessava; Allan è citato nei credits di Eccoci ancora qui! per la sua consulenza sulla datazione delle serie. Feci la conoscenza e poi divenni amico di Robert Beerbohm, il quale stava mettendo insieme una "Mailing List" Internet (la rete è stata uno strumento determinante per la realizzazione di questo volume) denominata PlatinumAgeComics e specializzata nel fumetto vittoriano. Tramite la lista conobbi altri personaggi accomunati dall'interesse per i fumetti di inizio secolo, tra cui, non sorprendentemente, lo stesso Art Spiegelman; troverete i loro nomi nei ringraziamenti e nella bibliografia. Presso e-Bay, il famoso sito di aste, mi aggiudicai un'enorme quantità di materiale, tra cui intere annate di quotidiani, spendendo cifre degne di miglior causa. Tra gli acquisti c'era anche una locandina pubblicitaria delle edizioni Stokes' Comic Juveniles (è riprodotta a pagina 83) nella quale Happy Hooligan esclama Here We Are Again, "Eccoci ancora qui!": la frase si adattava perfettamente allo spirito del volume - il ritorno di vecchi personaggi - e decisi di adottarla come titolo del libro.
Avevo deciso da subito che Eccoci ancora qui! non sarebbe stato un'opera di critica fumettistica, ma un dizionario enciclopedico in teoria "completo" (in realtà solo "il più possibile esauriente") delle opere uscite sui quotidiani americani tra il 1895 e il 1919; una "banca dati" grazie alla quale qualcun altro avrebbe avuto modo di affrontare il discorso da punti di vista differenti (una piccola deroga a questa scelta si trova a pag. 698, dove potrete leggere "Fumetti da salvare", un elenco critico di personaggi che a mio parere varrebbe la pena di ristampare). Non stupitevi, dunque, se accanto a opere di alto livello troverete elencate serie che i critici francesi definiscono "alimentaires", cioé realizzate su ordinazione per guadagnarsi il pane quotidiano, e prive di altre qualità se non quella di essere un prodotto dei loro tempi (vedere a questo proposito le statistiche a pag. 95). Va detto, comunque che, all'inizio del secolo scorso quasi tutte le serie nascevano a seguito della commissione di un editor, e non scaturivano - come (di rado) accade ai giorni nostri - dalla particolare esigenza espressiva di un autore. Alcune di esse, grazie alla capacità dei loro realizzatori, si sono elevate sopra la media, acquisendo dignità artistica.
Con queste premesse, alla fine del 1996 avevo censito circa 700 serie a fumetti (a pagina 8 potete leggere la mia personale definizione di quel mezzo), e già credevo di essere prossimo all'esaurimento dei titoli. Di seguito il numero è più che raddoppiato: con l'andare del tempo ho affinato i metodi di ricerca, e a volte mi sono sentito come gli astronomi del Lowell Observatory, che avevano intuito la presenza di Plutone in base al movimento anomalo di Urano e Nettuno. E' stato così per esempio che ho dedotto - in base a una serie di piccoli indizi tra cui il titolo di uno spettacolo di varietà - che la serie inglese Weary Willie and Tired Tim "doveva" essere stata stampata da qualche parte nel New England, e, in effetti, l'ho rintracciata nel Boston Globe. Per farla breve, scoperta dopo scoperta, ora le serie censite superano le 1800, e a ogni nuovo inserimento cresce l'impressione di avere semplicemente scalfito la punta dell'iceberg. Negli Stati Uniti del tempo uscivano infatti parecchie migliaia di quotidiani (già nel 1880 esistevano 11.314 testate); in ognuno di essi possono essere teoricamente comparse serie a fumetti, uscite, magari, solo poche volte e in una sola edizione del giornale (quella del mattino, o del primo pomeriggio o della sera), oppure pubblicate per anni e con successo, ma solo in ambito locale. E' emblematico il caso di The Intellectual Puppy, una striscia ottimamente scritta e disegnata da Harry Wood che, per esplicito desiderio dell'autore - una celebrità cittadina - fu pubblicata soltanto dal Kansas City Star per ben 37 anni, tra il 1907 e il 1943. Il Kansas City Star, che esiste tuttora, è uno dei più importanti giornali del Missouri ed è stato microfilmato, ma di altre testate, con il loro possibile contenuto fumettistico, si sono perse completamente le tracce. Anche censire i quotidiani delle grandi città non è comunque un'impresa da poco; quelli del gruppo Hearst, allora i più diffusi, sono particolarmente difficili da rintracciare, perché, per il loro contenuto scandalistico, non venivano raccolti nelle biblioteche.
La possibilità di nuove scoperte è da un lato stimolante e dall'altro controproducente, perché ognuna di esse impone di rimettere faticosamente mano al testo, ai rimandi, all'impaginazione. A questo proposito, il layout che vedete è il risultato di almeno cinque revisioni complete dell'impianto grafico; ho scelto quella che vedete in quanto è costruita su un modulo che si basa sui formati delle tavole dei supplementi e consente di presentare il maggior numero di immagini possibile. Poiché Eccoci ancora qui! è un dizionario enciclopedico e non un'antologia, ho deciso infatti di privilegiare la quantità delle illustrazioni alla loro grandezza, per poter rendere l'idea della vastità della produzione. Colgo l'occasione per ringraziare Huibrecht Van Opstal, autore e art-director del saggio Tracé RG - Le phénomene Hergé dedicato all'autore di Tintin, una delle opere sul fumetto meglio impaginate che siano mai state edite. Huib si è offerto di rifare integralmente la grafica di Eccoci ancora qui! "al puro costo", cioè praticamente gratis, in quanto riteneva che potesse essere migliorata. Ne ero - e ne sono - sicuro, ma con grande rammarico, ho dovuto rifiutare questa sua offerta generosa: come il testo, anche le immagini hanno subito spostamenti, aggiunte e sostituzioni fino all'ultimo istante, e questi estenuanti cambiamenti di idea in corso d'opera non solo avrebbero imposto un traffico continuo di materiale da Milano ad Amsterdam, ma avrebbero rischiato di guastare una bella amicizia.
Nel Gennaio 2006, dopo aver impaginato per l'ennesima volta parecchie centinaia di pagine, mi sono reso conto che Eccoci ancora qui! rischiava di diventare una nuova tela di Penelope, e che era necessario porsi uno stop (a dire il vero me l'ero ripromesso anche nel 2004, eppure le pagine realizzate fino ad allora sono state rimaneggiate a tal punto che io stesso stento a riconoscerle). Ho deciso inoltre che il volume sarebbe stato pubblicato "a dispense" anziché in un'unica soluzione, in modo di non costringere i molti amici che ne attendevano l'uscita ad aspettare fino al 2008, la data in cui ragionevolmente potrò completarlo dedicandogli - come ho fatto fino a oggi - una parte del mio tempo libero. Confesso che la scelta delle divisione in fascicoli è stata determinata anche da vanità personale: dopo un lungo silenzio, negli ultimi tre anni sono uscite varie opere dedicate ai fumetti americani delle origini (la più recente è l'interessante Art Out of Time di Dan Nadel), e ho l'impressione che stia per scoppiare una piccola moda. Questo non può che farmi piacere, ma mi seccherebbe arrivare tra gli ultimi dopo essere partito tra i primi. Per la cronaca, il fatto di aver cominciato il lavoro dieci anni fa ha causato una serie di piccoli problemi. Neanch'io, per esempio, avevo pensato al "cambio di millennio"; nel caso di Eccoci ancora qui! questa dimenticanza non ha scatenato alcun "Millennium Bug", ma mi ha costretto a rivedere decine di frasi come "il secolo scorso" - che ho dovuto trasformare in "il secolo 19°" - o "gli anni '30" - cambiati, con un neologismo che vi prego di perdonarmi, in "gli anni 1930", perché "gli anni '30 del secolo scorso" mi sembrava un'espressione troppo contorta.
Per evitare l'effetto "tela di Penelope", ho dovuto scendere a qualche compromesso: per esempio, dopo aver fatto tutto il possibile per stabilire il giorno, il mese e l'anno di inizio e di fine delle serie elencate, quando non sono riuscito a trovare tutti i dati ho indicato solo quelli che conoscevo (il mese e l'anno, oppure soltanto l'anno, o ancora un anno in cui la serie esisteva, preceduto dalla sigla "Es."). In effetti - salvo in rari casi - ritengo che l'indicazione del mese e del giorno non sia dopotutto "così" indispensabile, mentre considero più interessante sapere perché una certa serie o una certa tematica si è sviluppata in un preciso periodo. In questo senso ho cercato di essere molto severo con me stesso: quando mi sono accorto che a un certo momento si moltiplicavano i riferimenti a un certo argomento (per esempio i viaggi in sottomarino) o che cominciava a ricorrere un certo nome (la proliferazione di serie interpretate da personaggi femminili di nome "Dolly", "Dottie" o "Dotty" e di cognome "Dimple" o "Dimples") mi sono messo di impegno per identificare l'elemento scatenante (in questi casi, il varo del primo sottomarino militare statunitense e il successo di una commedia di Broadway intitolata Dolly Dimples). Ho cercato infatti di collocare il fumetto in una panoramica globale; per fare questo mi sono dovuto informare (ed è stata la parte di lavoro più interessante) su tantissimi argomenti "a margine", che vanno dalla guerra Ispano-Americana alle elezioni presidenziali, il suffragio, le tecnologie di stampa, il mondo fintamente dorato della cosiddetta "Gilded Age", i media (a causa di sempre nuove scoperte il capitolo dedicato alle versioni teatrali e cinematografiche delle serie a fumetti è stato rimaneggiato fino all'ultimo istante). Per inciso, mi piacerebbe se qualcuno si prendesse la briga di sviluppare i vari temi (i viaggi nel fumetto, la guerra, le scuole di cartooning e molti altri) a cui ho dovuto necessariamente fare soltanto cenno in una serie di box.
Parlando di temi da sviluppare, il capitolo "Aspettando Yellow Kid" doveva originariamente essere una premessa di poche pagine; ora occupa quasi un intero sessantaquattresimo e, con le sue 503 illustrazioni, dimostra in modo inequivocabile che il fumetto è nato nel vecchio continente. Preparando il capitolo sul fumetto prima di Yellow Kid, ho raccolto abbastanza materiale per realizzare tre fascicoli editi da Napoli Comicon: The Adventures of Obadiah Oldbuck (ristampa del primo albo americano, che pubblicò nel 1842 la traduzione di un racconto di Rodolphe Töpffer), Monsieur Lajaunisse (ristampa del primo album a fumetti francese realizzato da Cham nel 1839) - e Ally Sloper (la ristampa di storie scelte del primo importante personaggio ricorrente del fumetto, creato nel 1867 dagli inglesi Charles H. Ross e Marie DuVal ).
Non ho mai considerato Eccoci ancora qui! un'operazione commerciale: sono infatti perfettamente conscio che questo volume venderà pochissime copie e, dal punto di vista strettamente economico, non mi ripagherà mai del tempo e del denaro investito. Ho piuttosto considerato la sua stesura come una fonte di stimoli e di "divertimento" (non riesco a trovare un termine migliore), e per questo l'ho scritto con un approccio divulgativo. Questo non significa che considero il fumetto indegno di essere studiato con rigore accademico o che tema di essere accusato di "intellettualismo" ("Accusation aussi grave dans la demaine de la BD que celle d'héresie dans l'Islam" - scrive Harry Morgan nella sua dura critica a Les dictionnaires de la BD entre encyclopédisme et compilation, in Neuvieme Art N. 12, 2006). La mia professione di "comunicatore popolare" mi ha automaticamente portato a optare per un approccio che rendesse la lettura meno laboriosa, sfrondando il testo da note, e inserendovi direttamente le informazioni. Eccoci ancora qui! è corredato da una bibliografia commentata, forse la più completa mai pubblicata sull'argomento, ma non troverete il rimando alla specifica pagina di uno specifico testo per ognuna delle migliaia di dati che esso contiene, quindi dovrete compiere un piccolo atto di fede, come quando assistete a un documentario. D'altro canto, se avessi deciso di adottare questa metodologia, Eccoci ancora qui! non sarebbe mai uscito, per mancanza di tempo e di spazio (così com'è, occupa già 704 pagine): tra un orologio che ritarda di un minuto all'anno (e quindi non è mai esatto) e un orologio fermo (e quindi esatto due volte al giorno) ho privilegiato l'orologio che ritarda in modo tollerabile, perché, se non altro, rende l'idea di che ore sono.
Per ridurre al minimo lo sfasamento dell'orologio, ho tormentato con richieste di informazione decine di esperti, e, nel corso degli anni, in occasione di incontri come quelli di Lucca, Angoulême, San Diego, ho distribuito fotocopie di Eccoci ancora qui! in varie fasi di lavorazione per confrontare pareri e controllare dati: devono esserci in giro centinaia di prototipi del volume (alcuni hanno trovato una collocazione prestigiosa, come le biblioteche dei Musei del fumetto di Bruxelles, di Angoulême, di Amadora), sicuramente più di quelle che venderà quello finito. Tuttavia, malgrado la buona volontà, nelle pagine che seguono troverete inevitabilmente errori e imprecisioni. Ho provato a calcolare - molto ma molto a spanne - il numero minimo di tavole a fumetti pubblicate dai giornali americani tra il 1895 e il 1919. Dunque, ho censito circa 1800 serie; immaginiamo che 900 di esse venissero pubblicate durante i giorni feriali con una media di tre uscite a settimana (come leggerete, gran parte delle strisce di quel tempo non uscivano tutti i giorni come oggi), per un totale di 156 uscite l'anno e che le altre 900 fossero pubblicate solo la domenica, per un totale di 52 uscite l'anno. Supponiamo infine che la durata media di una serie - tra quelle effimere a quelle centenarie come i Katzenjammer Kids - sia di quattro anni. Abbiamo (52x4x900 =) 187.200 tavole per le serie domenicali, e (156x4x900 =) 561.600 tavole per quelle dei giorni feriali; il totale è di 748.800 tavole. Ho trascurato gli "One Shot", ovvero le pagine prive di personaggi fissi, che erano numerosissime, e sono stato molto stretto nei calcoli, quindi sono propenso a credere che il numero andrebbe almeno raddoppiato; comunque se fossero davvero "soltanto" 748.800 tavole, e se si trovassero già belle e pronte per essere lette (ovvero non sparpagliate senz'ordine tra le pagine di decrepiti giornali dislocati dall'altra parte del mondo e difficilissimi da maneggiare), impiegando un minuto l'una per l'altra sarebbero necessari (fate voi il calcolo) 1560 giorni lavorativi di otto ore per leggerle attentamente. Se dunque scoprirete che ho trascurato qualche particolare della "storyline" di una serie, che ho omesso di citarne un'altra o se troverete qualche altra cosa che non funziona, vi prego di non gridare allo scandalo ma di comunicarmela: anche se difficilmente Eccoci ancora qui! verrà ristampato su carta, le tecnologie elettroniche permettono aggiornamenti e rettifiche su CD-Rom o tramite Internet.
A tutti, grazie per l'attenzione e l'augurio di uno stimolante tuffo in un lontano ma vicinissimo passato.
Alfredo Castelli
Settembre 2006
|